Ti è mai capitato di fare qualcosa e accorgerti che il tempo è passato senza che te ne rendessi conto? Sei completamente dentro quello che stai facendo. Non pensi a prima, non pensi a dopo. Ci sei.
A me è successo per la prima volta nuotando in mare, molto prima di conoscere lo Yoga. Non sapevo nemmeno cosa mi stesse succedendo. Mi sentivo leggero, fluido, quasi parte dell’acqua. Nuotavo e avrei potuto continuare per ore senza accorgermi del tempo e quasi senza percepire la fatica. Il corpo si muoveva, il respiro seguiva il movimento e io ero semplicemente lì.
Poi, improvvisamente, arrivava un pensiero: “Cavolo, quanto sto andando veloce!” Oppure: “Speriamo che non ci siano meduse…” o ancora: “Speriamo di non trovare il mare contro al ritorno.”
Ed ecco che la magia si interrompeva.
Non appena la mente prendeva nuovamente il sopravvento, tutto tornava alla normalità. Ricominciavo a percepire la fatica, a controllare il tempo e la distanza, a proiettarmi nel futuro, nei desideri, nelle aspettative e nelle paure.
Solo molti anni dopo, attraverso lo Yoga, ho dato un nome a quella sensazione: flow.
Uno stato in cui il fare e l’essere sembrano diventare la stessa cosa. In cui non devi più pensare al movimento perché sei il movimento.
Cos’è lo Yoga dinamico?
Spesso lo si associa a una pratica più intensa o veloce. Per me dinamico non significa veloce: significa essere dentro il movimento. Lasciare che il respiro guidi il corpo, che un movimento porti naturalmente al successivo.
È qui che entra lo Yoga Flow: non una sequenza di posizioni eseguite una dopo l’altra, ma il momento in cui smetti di pensare al prossimo movimento e inizi semplicemente a muoverti.
Lo stato di flow
Il concetto nasce con lo psicologo Mihály Csíkszentmihályi, negli anni ’70: uno stato di assorbimento totale in un’attività, dove attenzione, azione e consapevolezza si fondono. Il tempo si percepisce diversamente, l’autocoscienza si riduce, l’azione diventa naturale.
Non significa “senza fatica”. Il flow è favorito dall’incontro tra una sfida stimolante e le nostre capacità: abbastanza difficile da coinvolgerci, non così difficile da sopraffarci.
Non è “rilassarsi”. È essere completamente presenti – come ero io, quel giorno, in acqua.
Quando il respiro incontra il movimento
Pensa a una pratica dinamica. All’inizio la testa è piena: la giornata appena vissuta, il dubbio se stai facendo bene una posizione, quello che dovrai fare dopo.
Poi inizi a respirare. Un movimento, un respiro. Un altro movimento, un altro respiro. Il respiro diventa il filo che collega tutto. Il corpo si muove con più naturalezza, la mente si fa silenziosa.
Per qualche istante non stai più “facendo Yoga”. Stai fluendo. Ed è lo stesso stato che avevo trovato in mare, senza saperlo: è proprio da lì, da quella ricerca di uno stato che avevo già provato ma non sapevo come richiamare, che è nato il mio percorso verso un metodo tutto mio.

Cos’è il Vira Flow Yoga
Il Vira Flow Yoga è il metodo che ho costruito – e che continuo a costruire – cercando di ricreare consapevolmente quello stato di flow attraverso la pratica dello Yoga.
Nasce dal Vinyasa Yoga e integra elementi delle arti marziali con conoscenze scientifiche ed insegnamenti spirituali millenari. Non è Hatha Yoga, e non è un Vinyasa più intenso! È la ricerca del momento in cui il movimento smette di essere qualcosa che esegui e diventa qualcosa che senti – proprio come l’acqua che fluisce sull’acqua.
Non insegno una sequenza da ripetere a memoria. Accompagno verso una condizione in cui respiro, movimento e attenzione dialogano tra loro.
Quando il corpo sa già cosa fare
La sensazione più bella in una pratica è smettere di dover pensare al movimento successivo. Non è perdere il controllo – è essere così presenti da lasciare che il corpo risponda.
Un po’ come guidare: all’inizio pensi a tutto (frizione, cambio, specchietti), poi diventa naturale. Con il tempo impari ad ascoltare il respiro, a sentire quando spingere e quando rallentare.
Il corpo parla. Tu impari ad ascoltarlo.
Il flow non si forza (e resta anche dopo)
Il flow non è un obiettivo. Se salgo sul tappetino pensando “oggi devo entrarci”, sto già remando contro: nasce quando smetti di inseguire il risultato e ti immergi nell’esperienza.
Respiro. Movimento. Ascolto. Presenza.
La ricerca su questo tema studia proprio queste caratteristiche – concentrazione profonda, fusione tra azione e consapevolezza, percezione alterata del tempo – e osserva un legame con la mindfulness, anche se è un campo ancora in evoluzione. Ma c’è una parte che si capisce solo facendone esperienza.
E la parte che mi interessa di più è cosa resta fuori dal tappetino: imparare a riconoscere quando sei troppo teso, capire che devi rallentare, ritrovare presenza anche mentre fai altro. Il flow che cerchiamo in pratica può diventare un allenamento alla presenza nella vita. Non sempre funziona, e va bene così — anche la consapevolezza non deve diventare una prestazione.
Questo è solo l’inizio
Il Vira Flow Yoga è un metodo che sto ancora esplorando: un metodo vivo non può essere rigido. Nei prossimi articoli entrerò nei dettagli – il respiro, il movimento, le arti marziali, gli elementi energetici e spirituali che lo compongono. Non per dirti come devi praticare Yoga, ma per raccontarti perché io lo pratico così.
Il mio metodo non nasce dal desiderio di una pratica perfetta, ma di una pratica viva – che ti metta in contatto con il tuo corpo, il tuo respiro, quello che sei, momento dopo momento.
Forse il senso di Vira Flow è proprio questo: imparare a danzare con il proprio respiro, fino a non distinguere più il movimento da chi lo sta compiendo.












